Nel cuore dell’Africa, la guerra delle multinazionali per il Coltan!

La Repubblica Democratica del Congo si trova proprio nel cuore dell’Africa, dove l’equatore attraversa con il suo clima tropicale il continente nero. I suoi 70 milioni di abitanti, che vivono in un’area grande quanto 8 volte l’Italia, hanno una speranza di vita di appena 47 anni.
Perché vi sto raccontando tutto ciò? Perché la storia della Repubblica Democratica del Congo ha a che fare con il computer portatile tramite il quale state leggendo il mio articolo, con il cellulare che tenete in tasca, con la TV che in sottofondo state ascoltando.
In Congo sono situate infatti l’80% delle riserve mondiali di Coltan. Il Coltan è un materiale molto raro in natura ed è in realtà l’unione di due minerali, il colombio ed il tantalio (dalla abbreviazione di questi due nomi deriva proprio la parola Coltan). Scommetto che ancora continuate a non capire, ma ora tutto vi sembrerà più chiaro, purtroppo…

Il Coltan è una risorsa strategica essenziale per lo sviluppo di nuove tecnologie. In particolare è indispensabile per la fabbricazione della maggior parte  dei mezzi elettronici che ci circondano: telefonini, GPS, televisori al plasma, console per videogiochi, computer portatili, MP3, macchine fotografiche, ecc. Tutti oggetti che ciascuno di noi possiede. Tale materiale, come già detto, è reperibile quasi esclusivamente in Congo. Il problema però riguarda proprio la sua estrazione: nella zona nord-est del paese sono state costruite centinaia di miniere, in cui i metodi di lavoro sono simili a quelli dei vecchi cercatori d‘oro del West americano. Nelle miniere lavorano giovani agricoltori e allevatori, che hanno lasciato i loro campi perché prima guadagnavano 10 $ al mese, mentre lavorando con il Coltan ne guadagnano 50. Ma non solo, vi lavorano anche sfollati di guerra, prigionieri di guerra e soprattutto migliaia di bambini, i cui corpi possono facilmente infilarsi sottoterra nelle miniere. Tutti lavorano dall’alba al tramonto, sempre sorvegliati da soldati.

Le conseguenze di questa situazione sono devastanti. Boschi e campi si trasformano in miniere e pantani. Quasi tutti i giovani non vanno a scuola e muoiono lavorando, a causa delle terribili frane dovute alle piogge. Pensate che ogni giorno un buon lavoratore può produrre un chilo di Coltan e che mediamente ogni chilo di Coltan che viene estratto, costa la vita a due bambini. Chi non muore per le frane, perde la vita a causa delle terribili condizioni di lavoro e igieniche, che portano a contrarre malattie come l’AIDS. La tragedia non finisce qui: migliaia di persone vengono spostate dalle loro case con l’utilizzo dell’esercito, per costruire nuove miniere. I civili che fuggono sono costretti a vivere in accampamenti, dove donne e ragazze sono regolarmente vittima di violazioni. E le miniere non hanno invaso solo i centri abitati, ma anche i parchi nazionali: la popolazione degli elefanti è scesa dell’80%, quella dei gorilla addirittura del 90%.

Come se non bastasse, il Congo è impegnato da anni in un conflitto infinito contro Ruanda, Uganda e Burundi. Ma pensate davvero che il tutto non sia collegato? Alcuni rapporti delle Nazioni Unite dimostrano che tali stati in guerra contro il Congo sono coinvolti nel traffico del Coltan. In pratica esiste un accordo tra questi governi e le multinazionali: Ruanda, Uganda e Burundi combattono in Congo per rubare il Coltan e poi utilizzano i profitti generati dalla sua vendita alle multinazionali, per continuare la guerra. Alcune stime mostrano per esempio, che il governo ruandese riceve 250 milioni di dollari ogni anno e mezzo per la vendita di Coltan, ma il Ruanda non possiede miniere di Coltan!
Ma perché c’è bisogno di questa guerra? Perché le aziende multinazionali sono dei veri e propri saccheggiatori: finanziano la guerra e sostengono i governi corrotti in modo da poter continuare a fare affari con il Coltan. La guerra permette di sfruttare la popolazione congolese in modo disumano. I media non ne parlano, non ne possono parlare. Ci sono in gioco gli interessi di tutti i marchi elettronici più famosi al mondo, nessuno escluso: dalla Apple alla Microsoft, dalla Nokia alla Samsung, passando per Lg, Nintendo, Canon, Philips, Panasonic, nessun marchio è pulito!
A tutte queste aziende non interessa delle tragedie che per colpa loro si stanno compiendo, dei più di 5 milioni di morti che solo fino ad oggi hanno causato.

Anche noi stessi però non dobbiamo rimanere indifferente: è nostro dovere informare, comunicare, denunciare, diffondere e soprattutto consumare di meno. Ogni volta che compriamo un nuovo oggetto elettronico, dal cellulare alla macchina fotografica, ricordiamoci che questi oggetti sono macchiati dal sangue di bambini.


L’acqua filtrava dalle spallette…

Lucia aveva 19 anni e frequentava l’università quando ci fu l’alluvione del fiume Arno. La notte del 3 novembre 1966 suo padre venne chiamato alle 5 in Comune per un’emergenza, ma Lucia, essendo malata, si riaddormentò, e si svegliò solo alle 7.Si mise subito a studiare per un esame imminente. Dopo un po’ si accorse che qualcosa non andava dalle voci che le giungevano dalla strada, così si affacciò alla finestra e vide che l’Arno era al pari delle spallette. Spaventata, corse dalla mamma e cercò di convincerla ad andare alla casa del nonno in campagna a Montalbano, ma la madre si rifiutò. La sua ansia aumentò pensando al padre che, sulla Tosco Romagnola, controllava gli operai che innalzavano le spallette con sacchetti di sabbia. Lucia lo raggiunse poco dopo, ma quando arrivò vide che l’acqua filtrava dai mattoni delle spallette stesse e si spaventò, pensando che lì sarebbe stato il punto dove l’argine avrebbe potuto cedere. Il padre convinse la madre a lasciare la loro casa, che era vicinissima al fiume, e ad andare da una cugina che abitava in un appartamento al secondo piano, da cui si vedeva l’Arno che scorreva violentemente. Verso le 13 del 4 Novembre iniziò ad arrivare acqua in strada proveniente dal fiume Era e, a quel punto, Lucia e i suoi compagni, capirono che non avevano retto gli argini dell’Era, e non quelli dell’Arno. Nel frattempo le linee telefoniche e la corrente elettrica erano saltate. Piano piano l’acqua iniziò ad innalzarsi in modo turbolento, portando con sé tutto quello che trovava, distruggendo negozi e appartamenti. Essendo il 4 Novembre, alle 17 venne buio e così Lucia e i suoi parenti rifugiatisi nell’appartamento della cugina, iniziarono a contare gli scalini sommersi man mano che l’acqua saliva. Fu una notte di terrore:sentivano lampi, tuoni e fucilate sparate dalle campagne sommerse da più di 4 metri d’acqua. Il giorno dopo il fiume iniziò a placarsi, ma l’acqua rimaneva comunque in città, infatti solo il 6 Novembre l’acqua iniziò a defluire, lasciando dietro di sé uno strato di fango oleoso e maleodorante. Fortunatamente non ci furono morti. Da questo episodio il rapporto di Lucia con il fiume, da giocoso quando, da bambina, vi andava a fare il bagno e a far giocare il suo cane, diventò timoroso:ogni volta che il livello dell’Arno sale, le ritorna alla mente il ricordo dell’acqua che passava attraverso i mattoni delle spallette,… immagine che non dimenticherà mai.