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DOLMEN, MENHIR nel salento

sabato, 15 gennaio 2011

Il termine “MENHIR” proviene dal dialetto bretone e significa “pietra lunga”. Sono lunghi parallelepipedi monolitici conficcati nella roccia, per questo si chiamano “pietrefitte” e si possono trovare isolati o raggruppati in allineamenti in modo da formare dei complessi. Non è chiaro l’uso e la loro destinazione ma si è ritenuto fossero dei punti di riferimento vario, che segnalassero confini o che fossero strumenti di misurazione del tempo. I menhir vengono legati al culto del sole e più in generale ai culti fallici. I menhir salentini, circa 80 misurano in media 4 metri e sono simili ai menhir della Cornovaglia, dell’inghilterra e delle Baleari. Caratteristica comune a quasi tutti è che le facce più larghe sono orientate da nord a sud. Il menhir più alto d’Italia è il  San Totaro a Martano di metri 5,20.`

Nel salento si contano almeno cento SPECCHIE neolitiche delle quali se ne conservano ancora ventisei. Cosa sono? Sono luoghi di avvistamento diurno e notturno del sapiens-cacciatore che, poi, sono diventati luoghi di incontri sacri associati al culto del sole. Sono tumuli di terra e pietre con all’interno strutture dolmeniche o tombe a fossa. Attualmente sono in buono stato circa 40 specchie; nel paese di Taurisano, nel sud del Salento, vi è Silva, la più grande specchia del mondo, ma ricordiamo anche quelle dei centri salentini di: Manduria, Francavilla, Zollino, Martano, Ruffano e Presicce.

Accanto alle specchie, sono presenti anche i DOLMEN, costruiti per durare nel tempo, sono le più antiche architetture d’Europa: le cosiddette “pietre senza nome“, rappresentano infatti delle tracce di un passato lontano e dimenticato. II termine “dolmen” deriva dalla fusione di due parole bretoni: si tratta di un monumento megalitico costituito generalmente da un lastrone di pietra appoggiato orizzontalmente su pietre infitte verticalmente nel terreno, così da formare un ambiente, per lo più ad uso sepolcrale molto spesso coperto da un tumulo.

Notevoli presenze dolmeniche sono presenti a Maglie, Melendugno, Minervino, Statte e Fasano.

TORRI, MASSERIE E “TRUDDHI” nel salento

sabato, 15 gennaio 2011

Disseminate, come sentinelle, sia lungo il litorale jonico ed adriatico, per avvisare e segnalare le incursioni dei nemici (Saraceni, Turchi…), sia nell’entroterra, dislocate strategicamente nelle aree classiche dei comprensori di Lecce, Nardò ed Ugento. Innalzate intorno al `500, rappresentano dei veri e propri gioielli di edilizia militare.

Ecco le più importanti. Torre Lapillo (Porto cesareo); Torre Squillace, Torre S. Isidoro, Torre Dell’Alto, Torre Delle Quattro Colonne (Nardò); Torre Sabea (Gallipoli); Torre Suda (Racale); Torre S. Giovanni, Torre Mozza, Torre Mammalie (Ugento); Torre Pali (Salve); Torre Vado (Morciano); Torre Dell’Orno Morto (Alessano) e poi le torri di Salignano, Tiggiano, Tricase, Andrano, Minervino e Otranto (Torre S. Stefano e Torre Della Serpe); Torre Dell’Orso (Meledugno); Torre Chianca, Torre Rinalda e Torre Specchiola (Lecce) fino a quelle di Leverano (Torre Federiciana del XIII Secolo) e di Lecce (di forma cilindrica: Torre Belloluogo e Torre del Parco – del XIV e XV secolo).

Una funzione difensiva avevano anche le centinaia di masserie fortificate, costruzioni quasi fiabesche, che compaiono inaspettate agli occhi del viaggiatore che attraversa la campagna salentina. Il loro concentrato di ricchezza, sia in termini di materie prime che in termini di animali, che infine, di denaro liquido, necessario a pagare i salariati, le rendevano inevitabilmente esposte, prede ambite, sia all’attacco dei briganti sia, soprattutto, alle scorrerie saracene e piratesche. Le masserie fortificate salentine, ben turrite e dalle alte mura, per la ricchezza degli elementi architettonici e per l’ampio repertorio dei particolari decorativi, rappresentano veri e propri monumenti dell’architettura rurale ed espressione della civiltà contadina salentina. Tra le più interessanti, Masseria “Li Quarti” a Galatina, Masseria “Nova” a Melendugno, Masseria “Ogliastro” a Nardò , “Paladini” a Lecce, “Trappeto” tra Veglie e Porto Cesareo e la Masseria “Pali” ad Ugento. Si deve considerare inoltre che alcune di esse sono abbandonate semidistrutte, altre difficilmente

accessibili perché gelosamente custodite dai loro proprietari; tuttavia sempre più numerose sono le masserie ristrutturate ed il loro recupero come insediamenti estivi per le vacanze porta a soluzioni affascinanti e ne propone un utilizzo a forte vocazione turistica ed eno-gastronomica. Una delle risorse primarie del Salento è senza dubbio l’agricoltura, come si può notare semplicemente passeggiando per le strade della nostra terra, e fino a qualche anno fa era basata prevalentemente sulla coltivazione dell’ulivo, della vite e del fico.

Immersi nei colori contrastanti del verde e del marrone, circondati dalla vegetazione che parla del sudore della nostra gente, non passano certamente inosservate costruzioni quali “lu furnieddhu”, “li trulli”, “le spase”, “le littere”: la loro presenza è dovuta al bisogno di lavorare e manipolare i prodotti della terra sul posto e alla struttura geologica ricca di banchi di pietra”. Mentre i contadini curavano gli ulivi aspettando i frutti, seminavano alternativamente grano, orzo e leguminose. Di fondamentale importanza era anche il fico: sia d’estate grazie al suo frutto fresco sia d’inverno grazie al frutto essiccato e conservato con particolari tecniche nelle “capase” (recipienti di creta). Anche per questo nei campi sorgevano i “furnieddhi ” e i “trulli” (piccole case che ospitavano la famiglia del contadino), “le spase” e “le littere” (che erano piattaforme costruite per essiccare i fichi e per lavorare i vari prodotti). All’interno del nostro “paesaggio della pietra”, caratteristici sono i “furnieddhi”: costruzioni di pietra unicellulari, realizzate dai contadini con le pietre raccolte sul terreno. Queste singolari abitazioni, usate da loro come ripari temporanei o giornalieri, le troviamo disseminate, con aree di maggiore o minore affittimento, su tutto il territorio salentino. In passato i contadini vi si trasferivano con le loro famiglie e portavano solo l’essenziale: un tavolo, un trepiedi per cucinare, un tegame di rame e pochi piatti di terracotta. “Concepite come la traduzione in pietra della primitiva capanna vegetale, le costruzioni trulliformi in pietra a secco rappresentano forse un prototipo edilizio che l’umanità spontaneamente ha adottato.

La Grecìa Salentina

martedì, 16 novembre 2010

E’ una delle minoranze riconosciute di cui consta la nostra nazione. Situata nella provincia di Lecce, nel cuore del Salento, ha sicuramente origini molto antiche. Gli studiosi tuttavia non sono concordi sul periodo in cui si costitui’, nell’entroterra idruntino, una consistente colonia greca. C’è chi pone le origini dell’area greca nel periodo bizantino, chi, invece, anticipa la nascita al periodo magnogreco, ammettendo periodici impinguamenti della comunità greca, a seguito di migrazioni legate alle vicende storiche dei vicino Oriente.
L’area ellenofona della Grecìa Salentina è un’isola linguistica nel cuore del Salento. Comprende nove Comuni (Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto ,Sternatia, Zollino), ma anticamente occupava tutta la fascia che si estende, ad arco, da Gallipoli ad Otranto. Melendugno, Carpignano e Vernole sono associati ai Comuni della Grecia Salentina per favorire lo sviluppo del territorio. Ciò che qualifica l’area è la lingua, che è riuscita a sopravvivere nel Salento, territorio pianeggiante, e quindi con estrema facilità di comunicazione. L’impronta greca è presente nell’architettura, nella musica popolare, nella gastronomia. Gli elementi greci, fusi con quelli salentini, hanno consentito uno sviluppo culturale autonomo, del tutto originale. Sparsi su una superficie di circa 100 km quadrati, formano un itinerario lungo 40 km caratterizzato dal triangolo greco-bizantino.
Zona prevalentemente pietrosa, sfrutta ogni piccolo strato di terra per la coltivazione del tabacco tra
gli ulivi secolari, proprio come al tempo dei Greci e dei Messapi.
Questi paesi sono accomunati dalla sopravvivenza di un dialetto greco o “griko”.
Infatti è facile trovare dei toponimi di origine greca, per esempio “litarà” e “lisarà identificano la dominanza della pietra e della roccia affiorante, “Appidè” o “Ampeli” e “Ampelaci”, invece la vagetazione spontanea. Tali paesi si somigliano anche per la comune tradizione contadina.
Nelle loro campagne sopravvivono: muri a secco ,trulli, pozzi, colombaie, frantoi; mentre, in misura
diversa, sopravvivono anche costumi e tradizioni riconducibili ad una comune origine ellenica. Patrimo di questo territorio sono i canti e le musiche ispirate ai tradizione antica legata alla mitologia greca; ancora oggi molti giovani svolgono canti e balli di origine greca tramandati dai loro parenti.

Il salento in Littorina

giovedì, 30 settembre 2010

C’è un treno nel Salento che non ne vuole proprio sapere di pendolari, di porte automatiche, di aria condizionata. Sta là. Percorre gracchiante quell’enorme pianura che è la provincia di Lecce, attraversa cigolando immense distese di ulivi, puntando verso il mare azzurro di Otranto o di Leuca. Nel bene o nel male la mascotte di questa terra, una provincia che non conosce autostrade o caselli: è lui qui il baluardo della linea retta, della fermata a chiamata e del minuto tutt’altro che spaccato.

Stiamo parlando delle littorine diesel delle “Ferrovie del Sud-Est“, ferrovie in concessione risalenti al 1931, strumento essenziale un tempo ed ora pittoresco per muoversi e conoscere il Salento. La media dei viaggi su questi treni è di 50km/h, velocità perfetta per godersi l’atmosfera unica di questa terra. Mettetevi comodi e lasciatevi cullare.

Il passaggio per la Grecìa Salentina. Appena lasciata la stazione di Lecce, scendendo verso sud, la linea ferroviaria attraversa una zona di antica colonizzazione greca, la Grecìa Salentina. Attraverserete comuni ricchi di tradizioni e, perchè no, misteri, come Sternatia, Zollino, Corigliano d’Otranto, Melpignano. A Maglie, una trentina di chilometri a sud di Lecce (50 minuti in trenino), dovrete scegliere se proseguire verso Otranto o verso Marina di Leuca, il capo di Buona Speranza del Salento.

La zona Messapica. Il trenino, dopo essersi lasciato alle spalle questo nucleo di paesini, si lancia con slancio in un’altra micro-zona culturale: la zona dei Messapi. Antichissima popolazione colonizzatrice della zona (parliamo del secolo IX a.C.) ma dall’origine incerta,  potrete ammirare le ultime tracce della loro presenza a Muro Leccese, Sanarica, Poggiardo (nella sua frazione, Vaste, troviamo un interessante museo messapico). La stessa città di Otranto deve il suo nome ad “Idruntum”, antico fiume che sfociava in zona.

I due mari. Messapia significa “terra tra due mari”. Le littorine discrete dell’FSE si muovono con familiarità tra Gallipoli (mar Ionio), Leuca (l’incontro dei due mari) e Otranto (mare Adriatico). Queste zone, le più turistiche, le conoscete già. Abbiamo provato invece, nel nostro piccolo, a farvi vivere una nuova emozione, quella del viaggio come percorso e non come destinazione. Un viaggio che queste vecchie littorine, nel loro percorrere il Salento, rappresentano alla perfezione.

ARTICOLO a cura di Lucio Colavero  ( preso dal blog Toprural)

Chiese aperte nel Salento

martedì, 4 maggio 2010

LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CHIESE APERTE

Da sedici anni, la seconda domenica di maggio, l’associazione Archeoclub d’Italia organizza la
manifestazione nazionale denominata Chiese Aperte che ha lo scopo di aprire al pubblico edifici sacri ed altri beni culturali chiusi da tempo, in molti casi abbandonati all’incuria e al degrado nonostante il loro notevole valore storico-artistico ed architettonico.